#cosavolevofaredagrande

agosto 29, 2011 by

Certo, ben otto mesi senza scrivere nulla… Ma che cavolo di blog è questo? Eppure è una delle prime cose che dico a chi vuole farsi un sito: se non sei sicuro di aggiornarlo, meglio che non lo fai. Però questo è anche il posto dove il mio “socio” Andrea e io scriviamo quello che ci passa per la mente quando ci va, il luogo dove a volte ci incontriamo, lo spazio dove sperimentiamo. E poi è anche il mio primo WordPress, che all’inizio mi sembrava complicato, e non avevo capito fin dove potesse arrivare. Adesso che, dopo tre anni, ho capito come funziona, mi sono chiesta se sia il caso di cambiare o modificare tema grafico, ma in effetti mi scopro ad avere gusto vintage anche qui, e questo Kubrick non mi ha ancora stancata!

#cosavolevofaredagrande:
Da grande non avrei mai pensato di diventare quello che sono, ma adesso mi sembra normale essere qui: se nella Rete mi sento a casa, diciamo che questo blog è la mia stanza. Negli ultimi mesi mi sono ritrovata a scrivere un sacco di cose per lavoro: articoli pieni di tag ma vuoti di contenuti, articoli in stili diversi, diari di viaggio, report, progetti… Soprattutto sono stata travolta dal vortice dei social media, perché a un certo punto, mentre io ero seriamente impegnata a odiare Facebook, tutti gli altri se ne sono innamorati. Così per star dietro alle richieste, mi sono improvvisata “community manager”, cosa che penso sia successa ad altri colleghi copy. All’inizio mi sentivo ai lavori forzati, poi pian piano ci ho preso gusto, perché alla fine diffondere contenuti può essere un’occasione per leggere e imparare qualcosa di nuovo, bello.

Lasciando un attimo da parte Facebook, mi sono invaghita di Twitter. Mi piace la sua leggerezza, la necessità di escogitare poche parole, la sfida di incuriosire per portare, magari con ironia, a un certo contenuto. Mi colpisce la forza degli hashtags (hash + tag = mettere ordine nel disordine di parole). Ad esempio mi sono appassionata dell’hashtag #ioricordo, cominciando a seguire @IoRicordoGenova, bellissimo progetto che intende ricostruire quei giorni tramite la memoria collettiva.

Cosa volevo fare da grande.
Circa un anno fa ho intrapreso uno dei tanti progetti in stile “don chisciotte” (il mio socio sa di che parlo), e che avrei voluto portare a termine entro un anno, appunto. L’idea era quella di realizzare un video documentario in cui chiunque avrebbe potuto rispondere alla domanda “Cosa volevi fare da grande?”. Il finale avrebbe potuto essere scontato, come no. Una volta era diverso, studiavi da architetto e facevi l’architetto. Oggi le cose sono ben diverse. Insieme a due amiche ho messo in cantiere le idee: scriviamo le domande, scegliamo location ad hoc, giriamo, montiamo… Ma perché non fare un sito? Certo! Così ognuno può caricare su YouTube la sua versione.

Il mio slancio creativo si è esaurito presto, e a parte una serie di belle immagini in cui il mio amico Simone mi racconta in riva al mare cosa avrebbe voluto diventare e cosa è diventato, l’idea è naufragata.
Ho deciso di lanciare l’hashtag #cosavolevofaredagrande, chissà che leggere tutto insieme non sia interessante. Comincio io: “Ho studiato architettura per 8 anni, ma non è stata una grande idea, perché nella vita volevo fare altro #cosavolevofaredagrande”.

Pay with a tweet, il nuovo do ut des

gennaio 10, 2011 by

quale valore?

In principio era il contenuto (testo, foto, video, codice…), poi sono arrivati i prodotti e il web 2.0 è stato più opportunamente battezzato “viral marketing“, che di 2.0 ha conservato poco. La creatività ne ha comunque guadagnato, perché i produttori hanno dovuto affidarsi alle meglio agenzie per stupire, incuriosire, far girare il messaggio.

Mi butto a pesce nelle discussioni degli amici che cominciano con “non capisco come ci si guadagna con internet”… Ricordate le magliette con su scritto “Coca Cola”? Magari la maglietta è gratis, ma se la indossi diventi un cartellone vivente. Il principio non è diverso. Gli sponsor sono ovunque, non facciamo nemmeno più caso agli ads di gmail, i banner in testata, i banner volanti, quelli che fanno capolino da sotto il background…

Adesso la news si chiama “pay with a tweet“, un sistema simile alla “wish list”, del tipo tu scarichi questo, ma almeno mi paghi una birra tramite donazione paypal. Con il pay with a tweet non c’è passaggio di denaro, ma solo una buona parola che metti su tweetter, per chi ti sta offrendo qualcosa, ad esempio la sua musica. Come dire una recensione, un minimo forzata, ma forse no, non è detto.
Sono un po’ scettica sul do ut des, e sono un’inguaribile ottimista, convinta che dare tutto gratis alla fine ripaghi. Ma qualcuno dirà che l’open source è una manna solo per chi prende, e poco per chi dà.
Ma allora non è più onesto un annuncio sponsorizzato? Se anche il passaparola viene pilotato, dico io, dove andremo a finire?

Scherzi a parte, il mio socio sostiene che si tratti di un’idea geniale, una naturale conseguenza, mi disturba solo un po’ l’idea che anche la mia opinione non solo abbia un valore, ma che sia in qualche modo monetizzabile. In fondo si tratta di una sfumatura, anche nella vita il baratto è una gran cosa, ma non sono certa che scambierei una mia opinione, preferisco pagare il biglietto intero e dire a tutti che il film fa schifo.

E se invece lo chiamassimo “take with a tweet”?

The Wilderness Downtown

settembre 2, 2010 by

Ha già fatto il giro del mondo, The Wilderness Downtown è una vera demo multisensoriale, creata per mostrare le potenzialità dell’HTML5 ma anche per riportare l’utente a percorrere strade che aveva forse dimenticato. Da oggi essere chiamati “utenti” sembra davvero fuori luogo, con The Wilderness Downtown diventiamo spettatori, diventando un avatar in carne e ossa giovane e scattante che corre e suda nei luoghi della nostra infanzia. Sono proprio io, inseguita o preceduta da uno stormo di uccelli molto suggestivo. Le pop-up di chrome sbocciano sul mio schermo, che non mi è sembratmo mai così grande, e restituiscono la realtà (virtuale?) da diversi punti di vista. C’è anche un lieto fine, quello in cui una potente giungla di alberi conquista la terra. Emoziona come il cinema, stupisce come solo Google sa fare, Flash sembra solo un lontano ricordo.


Meglio svendersi o non lavorare?

luglio 7, 2010 by

libri senza limiti

Alcune personalissime considerazioni nella calura estiva, mentre il mio mac gode di ottima salute, rinfrescato dalle pale del ventilatore…

Il lavoro è l’insalatina, la bistecca è la vita“, così la pensa un mio amico, che potendo organizzare autonomamente il proprio lavoro cerca di concentrare gli appuntamenti in pochi giorni la settimana. Non posso che essere d’accordo con lui, purché lavorare poco e bene sia una scelta, non una costrizione. L’altro giorno ho sentito di sfuggita alla radio che il tasso di disoccupazione in Italia ha raggiunto il 29%. Che più o meno vuol dire che 1 italiano su tre. Sinceramente non posso considerarmi una disoccupata, perché sono una lavoratrice autonoma a partita iva e un po’ di lavoro ce l’ho. Poi immagino che tale dato si riferisse alle persone iscritte alle liste di collocamento, insomma gente che magari un lavoro ce l’aveva e poi a un certo punto l’ha perso.

Al di là dei dati statistici mi guardo intorno e vedo i miei amici. La gran parte di loro ha una laurea (di quelle lunghe), molti anche un master, un esame di stato, insomma gente che ha già speso un sacco di soldi per formarsi. Ma non tutti hanno un lavoro fisso, e oggi non avere un lavoro fisso, a tempo indeterminato, vuol dire essere in balia del vento. Essere lavoratore autonomo, fare parte del popolo delle partite iva, significa spesso e volentieri essere preso per il culo.

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