In principio era il contenuto (testo, foto, video, codice…), poi sono arrivati i prodotti e il web 2.0 è stato più opportunamente battezzato “viral marketing“, che di 2.0 ha conservato poco. La creatività ne ha comunque guadagnato, perché i produttori hanno dovuto affidarsi alle meglio agenzie per stupire, incuriosire, far girare il messaggio.
Mi butto a pesce nelle discussioni degli amici che cominciano con “non capisco come ci si guadagna con internet”… Ricordate le magliette con su scritto “Coca Cola”? Magari la maglietta è gratis, ma se la indossi diventi un cartellone vivente. Il principio non è diverso. Gli sponsor sono ovunque, non facciamo nemmeno più caso agli ads di gmail, i banner in testata, i banner volanti, quelli che fanno capolino da sotto il background…
Adesso la news si chiama “pay with a tweet“, un sistema simile alla “wish list”, del tipo tu scarichi questo, ma almeno mi paghi una birra tramite donazione paypal. Con il pay with a tweet non c’è passaggio di denaro, ma solo una buona parola che metti su tweetter, per chi ti sta offrendo qualcosa, ad esempio la sua musica. Come dire una recensione, un minimo forzata, ma forse no, non è detto.
Sono un po’ scettica sul do ut des, e sono un’inguaribile ottimista, convinta che dare tutto gratis alla fine ripaghi. Ma qualcuno dirà che l’open source è una manna solo per chi prende, e poco per chi dà.
Ma allora non è più onesto un annuncio sponsorizzato? Se anche il passaparola viene pilotato, dico io, dove andremo a finire?
Scherzi a parte, il mio socio sostiene che si tratti di un’idea geniale, una naturale conseguenza, mi disturba solo un po’ l’idea che anche la mia opinione non solo abbia un valore, ma che sia in qualche modo monetizzabile. In fondo si tratta di una sfumatura, anche nella vita il baratto è una gran cosa, ma non sono certa che scambierei una mia opinione, preferisco pagare il biglietto intero e dire a tutti che il film fa schifo.
E se invece lo chiamassimo “take with a tweet”?
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